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Quando ho scelto di partire per un progetto di volontariato in Costa Rica non avevo ben chiaro in mente che cosa aspettarmi. Nella mia mente si intrecciavano idee confuse: biodiversità, colori, spiagge e foreste, tartarughe e tucani. Abituata al consumismo e al materialismo del mondo europeo, abituata ad osservare indifferenza e distruzione verso il pianeta, sono salita in aereo con un solo ma saldo obiettivo: lavorare con le mie stesse mani, aiutare, lasciare un segno in una comunità che con la natura comunica e collabora, che la ama e la protegge.

È ormai trascorsa una settimana dalla prima volta che ho messo il piede nel terreno di questa natura vergine, da quel lunedì in cui, con i miei compagni, sono approdata nella casetta di legno in mezzo alle allegre melodie e ai vivaci colori della foresta tropicale. Circondati soltanto da qualche abitazione di indigeni del posto, a pochi minuti camminando dalla spiaggia abbracciata dalle onde dell’oceano pacifico, trascorreremo qui le nostre prossime settimane.

Lavoriamo 6 ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Ci occupiamo di mestieri più vari e disparati, ma tutti legati insieme da un fine comune: sfruttare le risorse della natura per vivere in armonia con questa. Attività che vanno dall’agricoltura al raccolto di frutti dagli alberi, dal prendersi cura di polli e galline all’aiuto degli abitanti del posto nelle loro semplicissime attività quotidiane. Abbiamo trascorso un pomeriggio trasformando uno spiazzo di terra triste e marrone in un luminoso giardino pieno di fiori, abbiamo sudato sotto il sole cocente un’intera mattinata piantando semi di girasoli nell’orto e piante di pomodori. Però la fatica è ripagata dal sorriso delle persone che godono di quello che hanno e che si procurano con le proprie mani, è ripagata da un riposo di qualche ora in spiaggia in cui ti siedi, respiri, e da quell’aria pura che ti annaffia i polmoni percepisci la serenità di una natura che non soffre.

Poi, quando viene sera, interminabili ma entusiasmanti camminate sulla sabbia per cercare tracce di tartarughe. Un altro scopo che sta alla base di questa riserva è infatti la salvaguardia delle 4 differenti specie di tartarughe marine che abitano questa penisola. La plastica nel mare è causa di morte di un esorbitante numero di questi innocui e dolci animali, che inoltre stanno andando incontro al fenomeno dell’estinzione anche a causa del cambiamento climatico (essendo la temperatura dell’ambiente a determinare il sesso del rettile) e alla presenza di bracconieri che rubano le uova per lucro personale. Parte del lavoro di cui ci occupiamo è quindi legato alla protezione delle tartarughe marine, che si potrebbe dividere in due punti fondamentali: la raccolta di plastica dalle rive dell’oceano e la ricerca, la cura e la sorveglianza delle uova.

Sono camminate lunghe ed intense quelle che facciamo ogni giorno. Al mattino, quando la marea è bassa, riempendo infiniti sacchi sempre stracolmi di oggetti non biodegradabili che uccidono la natura e le specie che la abitano. O la sera, sotto la luce della luna e delle stelle, per cercare le tracce delle tartarughe madri che escono momentaneamente dall’acqua per nidificare in riva al mare. Ma la soddisfazione nel cuore dopo aver trovato le piccole uova bianche, averle protette per giorni e infine vederle trasformate in piccolissime tartarughe che corrono a modo loro incontro alle onde del mare è un’emozione forte e speciale, che ripaga ogni secondo del tempo speso insieme collaborando uniti verso la nostra causa.

Ogni energia spesa in questo posto magico regala appagamento e soddisfazione; ogni minuto speso in silenzio appoggiata ad una palma voltata verso l’infinito dell’oceano regala serenità e benessere; ogni giornata spesa insieme ai ticos del posto regala l’opportunità di comprendere che si può consumare senza sprecare, che se si collabora il raccolto è doppio, che più si dona e più si riceve.

Ci vediamo nelle prossime settimane per il continuo della storia di Federica! Nel frattempo scopri di più sulle nostre opportunità su www.aiesec.it

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