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Sentivo il bisogno di farlo.

Ripercorrere per iscritto quelle 6 settimane dall’altra parte del mondo e rendermi conto di quello che veramente ho fatto.

Perché?

Penso che al giorno d’oggi sempre meno persone si fermano a pensare, fanno le cose e basta, ed io ero uno di quelli. Ora invece, voglio pensare a quei momenti, ricordarli e riviverli. In questo modo posso dargli un perché e rendermi conto che un viaggio, è molto più di un viaggio.

Sarà un racconto lungo. 42 giorni di vita, di emozioni e di lavoro. 42 giorni di felicità, consapevolezza e scoperta. E poi il domani, perché non è ancora tempo di “tornare a casa”. Forse, a casa, non ci tornerò mai più. O almeno non nel modo in cui ero prima.

La prima settimana

Te cosa avresti pensato quando dopo 24 ore di viaggio, di cui le ultime 11 passate su un aereo, arrivi in un piccolo paese e trovi 40 persone che vogliono salutarti?

Non solo, scopri che deve arrivare il prete per benedire il tuo arrivo, la donna più anziana ha deciso di darti un nuovo nome, Tshepo, che significa speranza, e ad un certo punto ti porgono una bacinella d’acqua e sapone che io gentilmente faccio passare. In realtà, avrei dovuto usarla per lavarmi le mani.

Hanno cantato, ballato e pregato. Il tutto perché un ragazzo bianco, di 22 anni (allora) aveva creduto nel loro progetto, così lontano e così silenzioso.

Che poi quando sei veramente bianco di solito, sei disteso, in una bara, morto. – Enrico Brignano

La prima notte

Se non ti fai abbastanza domande, significa che non ti interessa più di tanto.

Ho sempre pensato che farsi domande sia un chiaro segno di interesse: voglio saperne di più. Certo, a volte le risposte non ci sono o, peggio ancora, non sono quelle che vorremmo. Ma senza domande, tutto si affiderebbe al caso, e a caso non si va da nessuna parte.

La prima notte è stata così. Piena di domande senza risposte. Per quelle era ancora troppo presto…

Cosa ci faccio qui? Cosa mi ci ha portato? Cosa farò questi 42 giorni? Sarò davvero utile per queste persone?

Ammetto che non ho dormito più di tanto e le zanzare mi hanno aiutato a rimanere sveglio.

I piccoli ma forti tour

Durante la prima settimana era in programma un tour dei luoghi più importanti della zona. Mi hanno spiegato che volevano farmi immergere al massimo in questa cultura per farmela apprezzare e capire. Non ho mai visto così tanta ospitalità, come da queste parti.

Qui, ogni strada profuma di storia. Una storia, fatta di parole come “white-only”, “segregazione”, “razze”. Parole che al giorno d’oggi non dovrebbero esistere, e invece… Invece noi, dell’altra parte del mondo, usiamo la parola negro con lo stesso peso della parola ciao. Io, un po’ mi vergogno.

A questi negri, dopo la seconda guerra mondiale, gli è stato detto che avrebbero dovuto andare a vivere da un’altra parte. Senza preavviso. Un posto in cui tutto era in ordine, e ti davano pure un lavoro. C’era un piccolo dettaglio però, se la tua pelle era scura, non eri libero.

Libero. Che parola è libero? Cosa significa?

Si dice molte volte che non si può conoscere il presente se prima non si conosce il passato. Quindi, seguendo questa logica, noi non possiamo sapere cosa significa essere liberi, perché non siamo mai stati non-liberi.

Ecco la mia strada

Però, quando cammini in una township, senti qualcosa. Quella sensazione che è difficile provare da altre parti. Una sensazione che è giusto e bello provare. E per la prima settimana è stato così: una continua scoperta.

Abbraccia la differenza

Io penso che una delle preoccupazioni più grandi prima di partire sia la paura di incontrare qualcosa differente da noi, dalla nostra vita e dalle nostre abitudini. Ammetto che un po’ questa cosa, spaventava anche a me. Non sai mai come ti puoi trovare, cosa puoi fare e neppure come ti puoi sentire. Però, quando si riesce a superare l’ostacolo della diversità, la nostra vita acquista valore. E non sto parlando di un solo periodo, ma una volta superato questo ostacolo, lo sarà per sempre. Come andare in bicicletta. Non si dimentica mai.

Poche settimane fa, sulla mia bacheca di Facebook, ho scritto:

Siamo le storie che viviamo.

E più passava il tempo, più capivo che questa frase era più di un semplice “richiama like” su Facebook. Era davvero qualcosa in cui credo davvero.

Qualcosa che mi ha sempre accompagnato, anche se non me ne rendevo realmente conto. Perché dopotutto, le cose belle accadono (a volte) senza nemmeno accorgersene, sta a noi però, fermarci, ogni tanto, e cercare di prenderne atto, gustarcele e ripartire di nuovo.

Il gioco del pallone

Il mio progetto, in Sud Africa, era quello di aiutare una società di calcio a migliorarsi sia sotto l’aspetto amministrativo che sotto l’aspetto calcistico, ma se devo dirti la verità, queste erano le ultime cose.

L’importante è giocare

Ho sempre giocato a calcio nella mia vita e ho sempre pensato che sia uno sport bellissimo: gioco di squadra, sconfitte, sacrificio, sudore, allenamenti, rinunce e alla fine risultati. Così come un po’ è la vita, dopotutto. Il mio intento era quello di portare la mia passione qui, tra questi ragazzi che non avevo mai visto un “non-white”.

La prima volta che mi sono ritrovato sul campo, però, ho capito che il mio compito sarebbe diventato un altro. Il gioco del pallone è un gioco semplice, a cui tutti possono giocare. Mentre credere in sé stessi, invece, è molto più difficile.

Questo non te lo insegnano a scuola, nemmeno nelle accademie. Questa cosa si impara passo dopo passo…

(Devo ammettere che stavo iniziando un intero capitolo su questo argomento, credere in se stessi, ma penso che lo terrò per un altra volta)

Perché non ci credi?

Se ripeti molte volte una cosa falsa, alla fine diventa vera.

Non so’ se questa affermazione sia davvero corretta. So’, però, che qualcosa di vero c’è. Parlando con queste persone sembra di capire il motivo. Il motivo in cui credere in se stessi sia così difficile, a tratti, quasi impossibile. Da sempre gli è stato detto che non possono fare ne questo ne quello. Gli è sempre stato detto cosa fare, gli è sempre stato detto di seguire quella religione e gli è sempre stato detto di andare solamente dove gli dicevano di andare.

Così, quando gli dici “ci vediamo in Italia”, loro dicono che sarà semplicemente impossibile.

Non ti nego che i primi giorni io non riuscivo proprio a capire. Partendo dal presupposto che la parola impossibile non esiste, ma anche se fosse, come fanno a saperlo? Cosi ho voluto saperne di più. Gli ho chiesto come mai ritengono questo viaggio impossibile. La risposta, è stata sempre la stessa:

Non ho soldi.

Ora, un viaggio Europa – Sud Africa costa circa 700€, più o meno 2 mesi di lavoro per un operaio che vive in una township. Vedendola in questo modo la risposta potrebbe avere senso, se non che, alla mia domanda successiva, “Sai quanto cosa il biglietto?” la loro risposta era qualcosa di interessante:

No, non lo so.

Qui cambia tutto. Loro non è vero che non possono, semplicemente non hanno avuto mai la possibilità di pensarci. E allora li ho iniziato a capire come potevo essere utile.

Come è dall’altra parte?

Ogni giorno qualcuno mi faceva questa domanda.

Dall’altra parte… Ammetto che all’inizio non capivo di che altra parte stessero parlando, poi ho capito che era l’altra parte del mondo. Quella parte del mondo in cui tutto sembra così perfetto. Dove le famiglie sono felice, i giovani hanno lavoro e le possibilità ti saltano tra le mani. Volevano sapere cosa si mangiava, come ci si vestiva, cosa si faceva, quanto si lavorava. Poi iniziavano le domande personali: Sei sposato? Hai dei bambini? La ragazza? Credi in Gesù?

E queste domande non erano differenti in base all’età, più o meno, tutti, mi chiedevano sempre le stesse cose.

Tu sei diverso

Durante questo periodo ho capito una cosa.

Tutti noi siamo “quelli diversi” se stiamo da qualche parte diversa dal solito.

Ed io li, ero proprio diverso.

A parte le cose ovvie, per esempio, sono stato l’unico che si è scottato stando sotto il sole tutto il giorno. Oppure sono stato l’unico che cercava di dire due parole in Zulu e non solo non sapevo le parole, ma non ero nemmeno in grado di fare i suoni corretti con la bocca. Io ero il diverso.

Andare al supermercato e vedere che tutti ti osservano è una sensazione molto strana. E come tutte le cose strane, a me ha fatto pensare molto. Pensa tutte le volte che, da questa parte del mondo, dalla nostra, arriva qualcuno di diverso. Noi come ci comportiamo?

La maggior parte di noi, non in maniera cattiva (non sempre), storce il naso. Penso che questo “storcere il naso” sia un forte segno di debolezza e, se posso permetterlo, di stupidità.

Il razzismo, nel 2017, è cosa da stupidi.

È cosi bello essere diversi

(Anche qui si potrebbe aprire un lungo discorso, ma voglio rimanere sui miei 42 giorni)

I giorni passano, le esperienze crescono e i dettagli aumentano…

Un bambino corre verso di me, mi tocca la mano e scappa. Una ragazza mette la mano nei miei capelli, perché sono morbidi e differenti. Le gente si stupisce quando chiedo se c’era l’asciugatore per asciugarmi i capelli. La sera della domenica andiamo a comprare la carne dal macellaio e la cuciniamo sulla griglia pochi metri più in là, per poi portarla a casa e mangiarla tutti insieme, ovviamente con le mani.

Quello che è diverso spaventa, si. Ma quello che ti spaventa, una volta superato, sarà ciò che ti renderà una persona migliore.

Un viaggio, ogni viaggio, è molto più di un semplice viaggio.

Ora tocca a te! Chiudi gli occhi e viaggia!


Ho scritto questo non solo per me, ma per cercare di dare uno stimolo a tutte quelle persone che vorrebbero partire ma hanno ancora qualche dubbio.

Se pensi sia utile per te, o per qualcuno dei tuoi amici, condivi questo testo, mi farebbe veramente molto piacere.

Ora però voglio chiederti qualcosa:

Quale è il tuo prossimo viaggio? Dove vorresti andare? Quali sono le tue più grandi preoccupazioni?

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