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I primi giorni a Cusco si presentano veramente difficili e pieni di sfide: inizio a prendere confidenza con gli usi e i costumi della città e scopro che la scuola in cui sarei dovuta andare a insegnare non si trova in centro, bensì a San Geronimo, un distretto molto povero ai margini della città.

A causa dello sciopero ci vengono consegnate le chiavi dell’edificio e noi, volontari, tutti studenti universitari, ci ritroviamo a gestire una scuola intera. Ogni giorno ci attendono sfide nuove con alunni diversi, che spesso vengono di nascosto alle loro famiglie anche dai distretti vicini. Con i bambini ci divertiamo a parlare anche un po’ in inglese, mentre loro ci insegnano qualche parola nella lingua locale, il Quechua (no, non è la sottomarca della Decathlon).

Il 14 agosto gli insegnanti tornano ufficialmente dietro alle cattedre e noi volontari abbiamo modo di scoprire come funziona davvero il sistema scolastico peruviano. Già dall’asilo si imparano a riconoscere le prime lettere e i primi numeri, mentre alla fine della prima classe della primaria viene richiesto ai bambini di avere una lettura fluida e di saper scrivere. Agli alunni più bravi sono poi destinati i banchi nelle prime file, mentre i ripetenti e quelli che hanno difficoltà a leggere o a scrivere si devono sedere in fondo alla classe.

Ho avuto la fortuna di legare con tutti i ragazzi coinvolti come me nel progetto: Grecia, Spagna, Brasile, Germania, Portogallo, Colombia, Gran Bretagna — Paesi tanto diversi quanto uniti, in sole sei settimane, da riflessioni, pensieri ed emozioni.

Trascorse le sei settimane, arriva il momento di tornare a casa — la parte peggiore di un viaggio — soprattutto se si conoscono persone fantastiche e si provano emozioni uniche come ho avuto la fortuna di provare io.

Vi chiederete se questa esperienza mi ha cambiata e in che modo.

Mi ha aiutata a togliere tanti pensieri superflui dalla mia vita e a concentrarmi su ciò che voglio veramente, mi ha fatto scoprire passioni e punti di forza che non pensavo di avere, mi ha portata a conoscere meglio me stessa conoscendo il mondo. E credo che un mondo migliore possa veramente esistere: ho visto persone che non hanno paura di sporcarsi le mani per aiutare degli sconosciuti, persone che sorridono anche se la casa nella quale vivono sta cadendo a pezzi.

Per questo, quando i miei amici e conoscenti mi chiedono come sia stata questa esperienza, rispondo: “Sono partita europea, sono tornata sudamericana”.

E questo è stato possibile solo grazie alle persone che ho conosciuto durante queste sei settimane, persone che hanno reso questa avventura straordinaria.


Nel frattempo, scopri come vivere anche tu un’esperienza di sei settimane all’estero visitando il sito aiesec.it/volontariato-internazionale

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